Slave Ambient
Category: 12 Inch Vinyl Record
I The War on Drugs di Filadelfia, il veicolo di Adam Granduciel — frontman, vagabondo, sciamano, chitarrista pifferaio magico e apparente arrangiatore fuori dal comune — tornano con Slave Ambient.
Nel loro debutto, il vitale Wagonwheel Blues, e nell'EP successivo, Future Weather, i The War on Drugs sembravano ossessionati da idee disparate, dal costruire monumenti rock senza compromessi da pezzi che potevano sembrare coppie strane. Maratone folk-rock danneggiate da drum machine. Riprese elettroniche e strumentali precedono canzoni che non hanno ancora suonato, e il Dr. Seuss diventa motivazione lirica per audaci visioni futuristiche. Ora, Granduciel ci è riuscito di nuovo, meglio di prima: Slave Ambient, il loro vero secondo album, è un brillante dispiegamento di 47 minuti di rock ’n’ roll, concettualizzato con un senso di avventura e catturato con stagioni di baldanza. Slave Ambient presenta una squadra dei migliori musicisti di Filadelfia, inclusi i multi-strumentisti Dave Hartley e Robbie Bennett, e il batterista Mike Zanghi.
Registrato negli ultimi quattro anni nello studio di casa di Granduciel a Philly, al Uniform Recording di Jeff Ziegler e all'Echo Mountain di Asheville, NC, l'album mette le influenze più strane nei posti giusti. I sintetizzatori cadono dove ti aspetteresti più chitarre elettriche (e viceversa); il country-rock si affianca alla stravaganza deformata del pop degli anni 80. Il classico immediato "Baby Missiles" è in parte sogno febbrile di Springsteen, in parte inno motorik. "Original Slave" potrebbe sembrare un drone di potere hillbilly, ma "City Reprise #12" suggerisce Phil Collins che esce dal ritiro per accompagnare gli Harmonia. "I Was There" è Harvest ricostruito da una selezione di star psichedeliche, mentre l'opener strascicato e assonnato "Best Night" offre una band con troppe idee per avere fretta. Durante il pezzo centrale dell'album, "Come to the City", Granduciel urla e geme: "Tutte le strade portano a me/ Mi sono mosso/ Ho vagato."
In effetti, per quanto possa sembrare improbabile, tutti questi suoni arrivano coesamente in un luogo inconfondibile. Ogni canzone di Slave Ambient è immediatamente identificabile e infinitamente intricata, un reticolo di idee ed energie che si costruisce in inni rock alti un miglio.
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